Diritto allo studio: privilegio, speranza o tortura?
In questo periodo l’Italia vive un periodo particolare. Soprattutto nel campo della formazione (scuola e università sono coinvolte entrambe) scendono in campo ideali e speranze contrapposte. Il paese si divide sulla riforma che il Ministro Gelmini ha proposto per il mondo della scuola (mentre scriviamo si stanno agitando le piazze in seguito all’approvazione del decreto che modifica di fatto la fisionomia della formazione italiana). Ci sembrava giusto dunque approfondire una tematica come quella del diritto allo studio (che dovrebbe essere imprescindibile) che sta infiammando i dibattiti del bel paese.
Il diritto allo studio è un diritto soggettivo tutelato dalla Costituzione italiana che sancisce di fatto il diritto di un accesso universale ai livelli dell'istruzione di base, ed un accesso meritocratico ai livelli più alti dell'istruzione superiore e universitaria. La prima fonte legislativa ad affermare il diritto allo studio è l'art. 10 dello Statuto dei lavoratori. Lo Stato prevede oltre a delle Borse di Studio un massimale nazionale per le tasse universitarie (le università non possono fissare tasse d'iscrizione superiori a questa soglia).
L'introduzione del numero chiuso nelle facoltà universitarie è di solito abbinata alla proposta di aumentare le rette universitarie, come strumenti per ammettere solo studenti meritevoli. La riduzione dei fondi pubblici, parallela all'aumento delle tasse, dovrebbe dunque in teoria spingere gli atenei a competere per la qualità per attrarre il maggior numero di studenti selezionati.
La spesa pubblica per l'università e ricerca è molto più bassa dei risparmi ottenibili con tagli alla scuola dell'obbligo, e il costo degli studenti è finanziato in minima parte sia dallo Stato con le tasse che con le stesse rette degli iscritti. Con l'autonomia didattica i percorsi formativi e i crediti acquisiti sono più che mai non confrontabili, e ogni università avrebbe l'interesse a dare la migliore immagine di sè.
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