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Il diritto di rifiutare le cure mediche


Presentato l'ultimo parere votato dal Comitato nazionale di bioetica su "Rifiuto e rinuncia consapevole al trattamento sanitario nella relazione paziente-medico". Il parere è stato approvato dal Comitato (con tre astenuti) il 24 ottobre; ben 11 componenti su 36, fra giuristi, medici filosofi, hanno ritenuto doveroso precisare la loro posizione nelle postille finali. Per questo il testo definitivo del parere è stato diffuso più tardi.

Il principio cardine del parere è che un paziente cosciente, capace di intendere e volere e informato sulle terapie, può chiedere che non siano iniziati o che siano sospesi i trattamenti sanitari, anche se questi possono salvargli la vita. Il medico, poi, può astenersi «da comportamenti ritenuti contrari alle proprie concezioni etiche e professionali», ma «il paziente ha in ogni caso il diritto a ottenere altrimenti la realizzazione della propria richiesta all'interruzione delle cure».

Il comitato ha inoltre condiviso altri due pareri: «la condanna di ogni prassi di abbandono terapeutico» e il fatto che «il rifiuto o la rinuncia del paziente a terapie salva-vita» rimangano sempre «un'ipotesi estrema». In poche parole, la scelta del paziente deve maturare in un rapporto di comunicazione costante con il medico, e che, pur rinunciando a ogni forma di accanimento clinico (che, si legge nel testo, «si configura come illecita»), il medico è tenuto a garantire sempre le cure palliative.

Nella postilla firmata da Roberto Colombo, direttore del Laboratorio di Biologia molecolare e genetica umana dell'università Cattolica di Milano, si legge che sospendere l'idratazione e l'alimentazione di un paziente è una forma di "abbandono umano e professionale del malato" e "chi intende privarsene per porre fine anzitempo alla propria vita non può esigere da parte del medico una collaborazione a tale azione".



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