Con la legge 30 del 2003 il contratto di lavoro a progetto ha rimpiazzato il contratto di collaborazione coordinata, al cui assetto si perviene con l'abrogazione di disposizioni codicistiche cardinali.

Contratto a progetto e licenziamento

Nel corso degli anni sono state introdotte tutele in favore del collaboratore autonomo per diminuire il rischio licenziamento per contratto a progetto. In relazione al lavoro dipendente è stata immaginata la sanzione della conversione a tempo indeterminato se il giudice accerta la mancanza del progetto. I lavoratori versano contributi ad una cassa mutua di categoria e pagano assicurazioni antinfortunistiche. E’ prevista la maternità ma la brevità del contratto spesso pone la lavoratrice nella necessità di nascondere la gravidanza.

Una clausola di preavviso è inserita nei contratti a progetto e autorizza il datore a licenziare con uno o più mesi di preavviso il lavoratore, senza specificarne il motivo. La mancanza di un contratto nazionale quadro determina dunque condizioni di precariato. I contratti di lavoro devono essere ricondotti ad uno o più progetti specifici che devono essere gestiti dal lavoratore in funzione del risultato (deve essere indicata la durata).

Il salario dei precari

Il salario è legato al raggiungimento degli e la riconducibilità del modello legale al rapporto lavorativo autonomo obbliga il datore a determinare la periodicità della corresponsione del salario. E’ bene sottolineare che la modalità di erogazione del progetto non è necessariamente mensile. Può essere rinnovato infinite volte. In caso di fallimento del datore di lavoro, i lavoratori con questo tipo di contratti non hanno accesso al fondo nazionale di garanzia.

Lo Statuto dei lavoratori sancisce con l’articolo 18 che nessun licenziamento può avvenire a meno che non sia per giusta causa o giusto motivo. Il problema che si è posto il governo in questo delicato momento è come far crescere le imprese aumentando allo stesso tempo l’occupazione? Il dibattito resta nella sottile di linea di confine che da sempre demarca il divario tra lavoratore e datore di lavoro.

Il dibattito sull'articolo 18

L’obiettivo da parte del governo è chiaro: innanzitutto sfoltire le diverse modalità di contratto, rendere più fluide le forme di assunzione e cercare di dare in questo modo agevolazioni alle imprese per poter crescere. Questo dovrebbe aiutare la liberalizzazione del lavoro creando a parer loro un nuovo modo di intendere l’occupazione. Ma i sindacati non ci stanno, dopo aver incontrato nei primi giorni di gennaio il ministro del Lavoro Elsa Fornero, tornano ad attaccare il governo additandolo come fautore di manovre che vanno contro gli interessi delle parti più deboli del paese.

Il governo sta cercando di tenere a bada l’ostruzionismo attraverso incontri con le diverse parti sociali e i sindacati, sostenendo che al momento è fondamentale per la ripresa dell’economia dare più libertà al mercato del lavoro. Anche se alcune delle proposte riguardanti proprio l’articolo 18 sembrano suscitare grande sconcerto anche da parte di tutti i leader dei diversi partiti.

La proposta del governo

La modifica dell'articolo 18 era presente all’interno della bozza del pacchetto sulle liberalizzazioni, affidato al sottosegretario Antonio Catricalà; è prevista una maggiore flessibilità rispetto ai licenziamenti, senza avere riscontro rispetto ai dati attuali della disoccupazione. Come sostengono in molti, ma come emerge anche dall’ultimo rapporto ExcelsiorUnioncamere, il problema delle imprese italiane oggi non è modificarlo, ma cercare di ottenere più commesse per riattivare la domanda di mercato. Non è l’assenza di dipendenti il motivo dell’attuale fermo occupazionale sono altre le logiche che in questo momento determinano l’arresto dell’espansione industriale in Italia.

In attesa del decreto sull'articolo 18

Rimane dubbia per adesso la reazione che susciterà sapere che davvero il governo sta portando avanti un decreto che preveda tali modifiche. La liberalizzazione del lavoro non è quello che si aspettavano i sindacati, non è ciò di cui hanno parlato con il ministro e non è un punto sul quale gli stessi partiti si aspettavano fosse sferrato un ulteriore colpo verso un paese che, come dice il presidente Napolitano, sta faticosamente risalendo, ma che si domanda quanti e quali ancora dovranno essere i sacrifici da sostenere.

Il lavoro a intermittenza

Nel 2005 è stato inserito nel mondo del lavoro il contratto di lavoro intermittente. Un impiegato si mette a disposizione di un datore di lavoro che può utilizzare la prestazione lavorativa quando ne ha più bisogno. Il lavoro intermittente può essere a tempo determinato o indeterminato e deve essere stipulato in forma scritta.

Chi può redigere questo tipo di contratto di lavoro? I disoccupati con meno di 25 anni e i lavoratori con più di 45 anni che sono stati licenziati. Se il lavoratore non lavora e garantisce la sua utilizzabilità ad essere interpellato ha diritto ad un’indennità di disponibilità che è stabilita dai contratti collettivi.

Se invece lavora, ha diritto al trattamento economico previsto dai contratti collettivi al pari dei lavoratori che hanno gli stessi incarichi.

Può essere rescisso qualora si presenti la necessità di utilizzare un lavoratore per prestazioni a carattere discontinuo. Tutti i datori di lavoro possono ricorrere a questa formula. Non si può ricorrere al lavoro a chiamata:

  • qualora il datore di lavoro non abbia effettuato la valutazione dei rischi
  • al fine di sostituire lavoratori in sciopero
  • nel caso in cui il datore abbia proceduto a licenziamenti collettivi
  • quando sia in corso una una riduzione dell'orario di lavoro

e deve precisare le esigenze che giustificano il ricorso al lavoro a chiamata, la sua durata, l'indicazione dei tempi e delle modalità con cui il datore può richiedere la prestazione. Al lavoratore intermittente deve dunque essere assicurato lo stesso trattamento normativo, economico e previdenziale riconosciuto ai colleghi di pari livello.





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