Il patto di non concorrenza per il dipendente è disciplinato agli artt. 2125, 2596 e 1795 del codice civile (per lavoratori dipendenti, autonomi e agenti commerciali). Il lavoratore può concordare un pagamento mensile che è soggetto a contributi pensionistici ed integra la retribuzione, oppure alla cessazione del contratto, soggetto agli obblighi e al regime fiscale del TFR.

Diritti minimi lavoratore

Il giudice del lavoro può stabilire la non sussistenza di una di queste condizioni nel patto di non concorrenza, dichiarandone l'inefficacia.

Libertà di licenziamento

Nelle aziende che hanno meno di 15 dipendenti esiste una libertà di licenziamento maggiore. L'azienda può licenziare sostenendo il costo di un'indennità e il prestatore di lavoro ha l'obbligo di non concorrenza durante, e fino a tre anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Se il patto di non concorrenza è inapplicabile in caso di dimissioni del lavoratore, non sussiste la perdita di reciprocità.

Può anche rappresentare uno strumento per ottenere dimissioni forzate del prestatore di lavoro. Se praticato da un insieme di aziende in competizione, diventa un patto fra imprese, che si impegnano reciprocamente a evitare incrementi del costo del lavoro.

Può essere contemplato nell'ambito del diritto pubblico, così come in quello del diritto privato. La disciplina del conflitto di interessi può richiedere a chi occupa una carica pubblica di non svolgere attività contrastanti.

Uno strumento lavorativo ancora attuale

Il patto di non concorrenza è uno strumento di cui alcune aziende, soprattutto quelle più in vista, stanno portando spesso avanti per non vedere disperso non solo il patrimonio umano del dipendente che va via ma anche tutta la sua rete di conoscenze costruite negli anni che potrebbero portare un doppio danno qualora arrivino alla concorrenza.

Alcune aziende hanno valutato l’impatto di questo strumento, con la scoperta di dati curiosi da analizzare: il 20% delle società intervistate ha dichiarato infatti di aver sottoscritto questi accordi con i propri dirigenti, soprattutto coloro che ricoprono alte cariche, come amministratori delegati e direttori generali. Vengono coinvolti anche dipendenti che ricoprono ruoli chiave all’interno di un’azienda e che potrebbero portare con sè tutto il know how dell’esperienza pregressa. Soprattutto in settori di alta concorrenza, come l’automotive, la moda e i grandi marchi della distribuzione, questo strumento viene talvolta adoperato dalle aziende per non rischiare di vedere i proprio top manager con la maglia di un’altra squadra.

Il patto, per essere valido, deve essere redatto in forma scritta, avere una durata non superiore all’arco temporale di cinque anni e una retribuzione valutata a seconda dello stipendio. Tuttavia, i manager sono diventati molto sensibili alla tematica e spesso ricorrono all’aiuto di un professionista per valutare pro e contro di questa scelta, che comunque restringe per un periodo di tempo determinato la carriera lavorativa. Per il tempo fissato, dipende da azienda ad azienda, dove per esempio il settore delle telecomunicazioni viaggia a velocità molto più sostenuta rispetto a tutte le altre industrie.

Il patto di non concorrenza, inoltre, può essere applicato anche ai collaboratori del manager appena uscito dall’azienda, per evitare quindi che quest’ultimo possa portare con sè anche le competenze degli altri dipendenti. Un fenomeno molto diffuso nel settore dell’ICT, dove si fa guerra di reclutamento dei migliori talenti.
Solo per fare qualche esempio legato alla cronaca recente, questo strumento lavorativo è stato valutato 13 milioni di euro per Luca di Montezemolo uscito dalla Ferrari (valevole fino al 2017), 800mila euro per l’ex ad di Luxottica Guerra e oltre 2 milioni di euro per Scaroni, uscito dopo più di dieci d’esperienza all’Eni.





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 decreto anti corona virus

Il meccanismo del decreto Cura Italia

Il decreto ha messo a disposizione 25 miliardi di euro, uno stanziamento che copre l’intera spesa già approvata dal Parlamento la settimana precedente il Cura Italia e che per mezzo delle garanzie statali agevolano l’accesso alla liquidità per le aziende prostrate dal lockdown provocato dalla sospensione di tutte le attività produttive, commerciali e lavorative a prevenzione del contagio da corona-virus, la pandemia virale che sta mettendo a dura prova le finanze, l’economia e i sistemi sanitari del mondo.

La manovra per contenere la perdita di produttività è stata definita poderosa dalla Presidenza del Consiglio, me ancora insufficiente perché a questo decreto farà seguito – nel mese di aprile – un’ulteriore piano di semplificazione e accelerazione degli investimenti. Le misure principali del decreto riguardano:

  • Sanità,
  • Lavoro,
  • Tasse (con la sospensione immediata già della scadenza IVA del 16 marzo);
  • mutui.

Le misure anti corona virus: sanità

Il settore sottoposto a maggior pressione nel corso della crisi innescata dal COVID-19 è indubbiamente il comparto sanitario e della protezione civile per cui è previsto un finanziamento di 1 miliardo e 150 milioni di € ciascuno. Complessivamente, il fondo per le emergenze nazionali è dotato di 1,65 miliardi. Un elemento da sostenere riguarda le risorse umane da mettere in campo per sostenere la ricerca e contemporaneamente affrontare i casi di malattia negli ospedali, per cui si prevede l’assunzione di 20 mila operatori sanitari e per il pagamento degli straordinari del personale in servizio sono stati stanziati 150 milioni di euro a cui si aggiungono 350 milioni per potenziare le reti assistenziali dei territori. La sanità privata è chiamata a contribuire con il proprio personale e le proprie strutture e apparecchiature. Per aumentare la “capienza” dei locali sanitari le Regioni possono deliberare di attivare strutture di ricovero temporanee per la cura, l’accoglienza e l’assistenza dei casi più seri che richiedono apparecchiature specifiche per le terapie intensive. In questo frangente, i medici in prossimità alla pensione possono decidere liberamente di posporre la data di pensionamento e contestualmente chi consegue la laurea in medicina non dovrà avviare l’iter di abilitazione alla professione perché potrà essere immediatamente immesso nel Sistema sanitario nazionale; ciò significa sbloccare nell’immediato circa 10.000 medici. In emergenza si può ricorrere anche a medici provenienti dall’estero.

Altre misure sono rivolte alle aziende produttrici di dispositivi medici (mascherine, guanti, strumentazioni) che beneficeranno di 50 milioni di finanziamenti supervisionati da Invitalia, l’agenzia degli investimenti in Italia.

Sul fronte della prefettura e protezione civile il decreto autorizza le autorità a requisire presidi sanitari e medico-chirurgici, beni mobili e immobili di ogni tipologia – ivi inclusi gli alberghi – per ospitare i cittadini in quarantena o isolamento. Inoltre, è previsto lo stanziamento  di risorse per l’arruolamento di un anno di 120 medici e 200 infermieri dell’Esercito Italiano, così come l’autorizzazione allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze per la produzione di disinfettanti e prodotti battericidi (con un limite di spesa dii 704 000 €).

decreto Cura Italia anti corona virus

Cura Italia: misure per il lavoro

Dopo il comparto sanitario, il lavoro è l’ambito maggiormente sottoposto allo stress e shock da impatto del coronavirus. Le misure per sostenere le attività produttive e tutelare i lavoratori sono in gran parte l’estensione degli ammortizzatori sociali straordinari per tuto il Paese e in misura retroattiva a partire dal 23 febbraio – data della comparsa “ufficiale” del virus in Italia. Le aziende non potranno licenziare i dipendenti per 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto, anche in caso di riduzione dei fatturati; allo stesso modo sono sospese le procedure di licenziamento avviate dopo il 23 febbraio.

Le persone in quarantena o sottoposte a isolamento vigilato possono considerare il periodo equiparato alla malattia. Lo stanziamento è pari a 10 miliardi di euro per sostenere gli stipendi dei lavoratori costretti a rimanere a casa (una stima di 5 milioni) e per aiutare le famiglie con figli minori o con persone non autosufficienti a carico o da accudire a seguito della chiusura di centri di assistenza e scuole.

La cassa integrazione beneficerà di ulteriori 5 miliardi di finanziamenti e diventa universale, vale a dire concedibile a tutti i lavoratori e per la durata di 9 mesi. I datori di lavoro, dunque, che sospendono l’attività per comprovate ragioni riconducibili al COVID 19 possono presentare domanda di CIG ordinaria di integrazione salariale. Anche le aziende che già attuano la cassa integrazione straordinaria possono accedere al trattamento ordinario e il Fondo di integrazione salariale è rafforzato con un’iniezione di 1,3 miliardi, mentre la cassa integrazione in deroga viene potenziata con una dotazione di 3,3 miliardi da estendere a tutti i settori del privato (agricoltura, pesca e terzo settore – sono esclusi i lavoratori domestici).

I lavoratori nella pubblica amministrazione sono incentivati a lavorare a distanza utilizzando il piano ferie e i permessi e pe coloro che non possono assentarsi da lavoro è richiesto solo la disponibilità allo svolgimento dei servizi essenziali e preferibilmente tramite procedure telematiche online o telefoniche per chi è a contatto con l’utenza. I lavoratori con buste paga fino a 40.000 € e che continuano a lavorare, avranno un incremento di 100 € in busta paga senza che questo aumento contribuisca alla formazione del reddito.

Sul fronte del welfare, i genitori lavoratori e con figli fino a 12 anni o figli disabili senza limiti di età usufruiranno di un congedo parentale di 15 giorni estendibile anche ai lavoratori autonomi purché iscritti alla gestione separata INPS. Riconosciuta anche l’indennità al 50% della retribuzione: la dotazione è di 1,2 miliardi. Infine, previsti il bonus baby sitter di 600 €  (1000 € per medici e tutto il personale sanitario) con godimento di 12 giorni di permesso retribuito (legge 104) nei mesi di marzo e aprile per uno stanziamento ulteriore di 550 milioni.

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